«Se mangi il salame ti verranno i brufoli!». Questo è solo uno dei tanti luoghi comuni esistenti sull’acne. Ma quali sono le perle di saggezza e quali gli errori nascosti tra i consigli della nonna? Chiediamo a Daniele Innocenzi, professore di dermatologia e venereologia presso l’università degli Studi di Roma La Sapienza, di aiutarci a sfatare i luoghi comuni più diffusi sull’acne.
1. È vero che il cioccolato, il salame o i cibi grassi fanno venire l’acne?
Falso. Al momento non esiste alcuna dimostrazione scientifica di una correlazione tra l’alimentazione e l’insorgere dell’acne. Infatti si tratta di una patologia enzimatica, indipendente da fattori esterni.
2. Il vecchio rimedio casalingo di mettere un pò di dentifricio sul brufolo funziona davvero?
Falso. Le sostenza chimiche contenute nel dentifricio possono avere una leggera azione disseccante che dà l’impressione di aver asciugato il brufolo, ma è impensabile curare stati di acne con un dentifricio.
3. È vero che prendere il sole aiuta a migliorare l’acne?
Vero. Una moderata dose di sole aiuta a migliorare la condizione clinica dell’acneico, ma c’è una controindicazione: se si esagera con i tempi di esposizione si rischia di provocare una reazione difensiva della cute, e di ottenere un ispessimento dello strato corneo che può favorire l’acne.
4. È vero che le lampade abbronzanti non possono essere usate da chi soffre di acne?
Falso. Le lampade abbronzanti hanno emanazioni di raggi Uvb simili a quelle solari, quindi anche per loro vale quanto detto per il sole: esposizione sì, ma moderata.
5. È vero che i punti neri non vanno mai schiacciati?
Vero e falso. Le formazioni comedoniche come i punti neri e i punti bianchi andrebbero eliminate subito. Si può provare con la terapia farmacologia, ma se non dovesse fare effetto bisogna agire meccanicamente. È vero però che se non lo si fa nel modo corretto si rischia solo di peggiorare la situazione. Meglio rivolgersi ad uno specialista.
Nel Dna c’è un gene che è esattamente come un interruttore della luce. Solo che questo gene – se attivato – non dà corrente alla lampadina, ma consente la crescita dei capelli. Se invece rimane inattivo, porta alla caduta dei capelli e in molti casi alla calvizie. La differenza starebbe nel gene p2ry5, in grado di influenzare la crescita, la consistenza, la quantità e la salute dei capelli. Si trova sulle cellule dei follicoli piliferi e l’individuazione del suo comportamento e delle sue reazioni permetterà di approntare farmaci finalmente anticalvizie. La scoperta si deve ad un gruppo di ricercatori di genetica tedeschi, che stava compiendo da alcuni anni studi sul Dna di alcuni pazienti di una famiglia dell’Arabia Saudita, affetti da ipotricosi ereditaria con perdita di capelli fin dall’infanzia. Gli studiosi sono riusciti ad isolare la mutazione del gene e ne hanno individuato la responsabilità nella mancata crescita dei capelli. Ma c’è di più. Un altro studio, stavolta compiuto in America, dalla Columbia University, integra quello dei genetisti tedeschi: oltreoceano si è scoperto che per attivare il gene occorre fornirgli una specifica molecola, l’acido lisofosfaditico. “Ma questa scoperta – precisa Stefano Calvieri, direttore della clinica dermatologica dell’università La Sapienza a Roma – è solo il punto di partenza per la messa a punto di un trattamento, non un traguardo. Serviranno ancora diversi anni per avere nuove cure”.
Se avremo una splendida pelle, senza più rughe e bruciature solari e con un ottimo grado di abbronzatura, dovremo dire grazie al liquido caro a Bacco. Risiede infatti nel vino il segreto che ci consentirà di sfoggiare una pelle sempre giovane e incorruttibile dalle aggressioni esterne. “Il vino, primo prodotto dell’uva, è una miniera di sostanze antirughe e protettrici della pelle – afferma la biologa – Grazia Zuccarini – quindi il mio consiglio alle donne ed agli uomini, è di concedersi con tranquillità un bicchiere di vino senza tanti scrupoli di linea”. Del resto, che “enos” sia da tempo immemore un prodotto di bellezza lo testimonia l’abitudine di una regina mitica come Cleopatra, abituata a fare spesso degli impacchi di mosto. “Il vino d’uva è ricco di vitamine del gruppo B – continua la Zuccarini – vitamine che riposano la pelle e la mantengono sana, e di Alfaidrossiacidi, che agiscono agevolando l’esfoliazione della pelle e stimolando il rinnovamento cellulare”. Insomma, sentitamente grazie a Bacco il quale che ci ha “regalato” una bevanda che – oltre a essere buona e allegra – è inoltre ricca di polifenoli, molecole con grande potere antiossidante, che bloccano la formazione dei radicali liberi e li neutralizzano, impedendo la formazione delle rughe. “I polifenoli stimolano lo scambio di ossigeno fra il sangue e le cellule. Cosicché queste lavorano di più e rendono più efficiente la produzione di melanina, il che vuol dire un sensibile miglioramento della qualità dell’abbronzatura”.
Bolle, prurito e rossore possono essere gli spiacevoli effetti dei tatuaggi all’henné. A mettere in guardia i patiti del tattoo temporaneo sono i dermatologi dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Roma.
Con l’arrivo dell’estate impazza, in special modo sulle spiagge italiane, la mania dei tatuaggi temporanei, ma attenzione alla pelle. Tutta colpa, secondo i dermatologi, della presenza di PPD (parafenilendiamina) nell’inchiostro.
La presenza di questo composto aggiunto all’henné per ridurre il tempo di fissazione e regalare un colore più bruno, mette a serio rischio la salute della nostra epidermide. Il prodotto, che può causare reazioni di ipersensibilità, è autorizzato per la colorazione dei capelli, ma non di ciglia, sopracciglia e cute da una direttiva dell’Unione europea.
Le vittime inconsapevoli, curate con steroidi, al patch test sono risultate tutte allergiche alla PPD. La diffusione nel mondo occidentale dei tatuaggi temporanei, in alternativa ai permanenti mette in allarme gli esperti, poiché, rappresenta un rischio di incremento della sensibilizzazione alla PPD nella popolazione.
Le sigarette aumentano il rischio di psoriasi, inoltre la possibilità di ammalarsi di psoriasi o di veder peggiorare la malattia è tanto più alta quante più se ne fumano. Anche nel caso si smetta di fumare, solo dopo 20 anni il rischio tornerebbe ad abbassarsi a livelli normali.
Questi risultati sono stati ottenuti da uno studio effettuato in collaborazione da ricercatori canadesi del Vancouver general hospital e scienziati del Massachusetts general hospital, Brigham e Women’s hospital e Harvard school of public health di Boston.
In un periodo di 14 anni sono state esaminate 116.608 donne tra i 25 e i 42 anni e si è scoperto che le fumatrici avevano un rischio di ammalarsi di psoriasi del 78% più alto rispetto alle non fumatrici.
Inoltre il fumo passivo, in gravidanza o durante l’infanzia,espone anche il bambino ad un elevato rischio.
“Questi risultati – spiega Hyon K. Choi, uno degli autori dello studio – oltre a confermare i ben noti rischi del fumo, rappresentano un incentivo a smettere di fumare per tutte quelle persone che sono a rischio di psoriasi o già ne soffrono. Sì è visto infatti – conclude – che smettendo si può avere un notevole miglioramento della sintomatologia”.
Novità dal Brasile per chi soffre di psoriasi. L’aglio potrebbe essere utile per curare la psoriasi. Ricercatori dell’università di San Paolo del Brasile, guidati da Pedro Luiz Da Silva, hanno mappato il Dna dell’aglio allo scopo di studiare come eliminarne il cattivo odore.
Gli scienziati hanno però deviato utilmente dallo scopo iniziale isolando un composto con proprietà anti-psoriasi.
I ricercatori brasiliani hanno ottenuto e testato in vitro un composto dal principio attivo simile a quello dell’aspirina, dotato di proprietà dermostabilizzanti e, tra queste, quelle efficaci contro la psoriasi, in particolare quella di gomiti e ginocchia.











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